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martedì 30 novembre 1999

FOLGORAZIONI


 


                                                           Here he is




La prima volta che vidi Antonello Salis in concerto fu a Nuoro, durante i ben noti seminari Jazz organizzati da Paolo Fresu.
Non lo conoscevo, se non per sentito dire (e sentito suonare).
Salì sul palco, davanti ad un azzimatissimo parterre, un uomo di età indefinita vestito col completo della nazionale di calcio del Camerun: maglietta, pantaloncini, calzettoni tirati sino al ginocchio e, soprattutto, scarpette coi tacchetti. In testa portava una fascia di spugna tipo Björn Borg. Sul viso un paio di occhiali da sole aerodinamici modello motociclista scoppiato.
Pensai che fosse un imbecille, in buona sostanza, uno alla ricerca di facili stupori.

Non disse niente, non cagò nessuno, si avvicinò al pianoforte e in piedi cominciò a suonare: con la sinistra la tastiera, con la destra sbatteva un foglio nelle corde a vista dello strumento.
Da quando cominciò la musica, nel giro di pochi minuti, nel teatro avvenne una sorta di trasfigurazione. Non è parola detta a caso, semplicemente, non parve più di essere là. Sembrava che le note piovessero da tutti gli angoli della sala o uscissero da sottoterra, era una musica prepotente e l’effetto fu quello di esserne non coinvolti, ma avvolti.

Suonò per due ore e mezzo delle cose incredibili, alternandosi tra il pianoforte e la fisarmonica. Non annunciò un pezzo, non disse una parola. Aprì raramente gli occhi, sudò una quantità enorme di sudore, sbattendo i tacchetti per terra, accompagnando le note con la voce come fanno molti jazzisti. Sembrava che non fosse lui presente in sala, ma solo la sua musica.
Dopo quella sera, ho rivisto Antonello Salis tante volte, in tanti posti dell’isola, suonare coi migliori musicisti del mondo, ma quel concerto mi è rimasto marchiato nella memoria.

Finito l’ultimo pezzo si è avvicinato, per la prima volta, veloce al microfono, gli ha dato un colpetto ma era spento. Senza dare al service il tempo di accenderlo, ha fatto un gesto e si è dileguato come da corda cocca.
In questi sei anni mi son chiesto spesso cosa avrebbe detto, anche se ne sono quasi certo, un qualcosa tipo:
«Vaffanculo a tutti».



Antonello Salis

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