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martedì 30 novembre 1999

MAD ABOUT YOU

Mi è capitato spesso di dire che Cagliari è una città che ha in sé qualcosa della metropoli ma anche molto di popolare, di paesano. Una di queste cose sono i pazzi. Ė noto al grande pubblico che ogni paese che si rispetti debba avere il suo pazzo che si rispetti: nel nostro caso poi abbiamo anche mirabili esempi nella letteratura isolana (vedasi Satta).
Uso moltissimo i mezzi pubblici, ormai verso di loro ho una sorta di sindrome di Stoccolma, e mi capita di osservarne molti, alcuni li vedo continuamente da anni, altri mi spuntano invece fuori ex novo.
Sono fantastici, li osservo rapito: mi sembrano usciti dalla testa di Fellini. Quelli cui sono più affezionato sono questi:



L’uomo puzza: L’uomo puzza è sempre sui P (PQ, PF), è un uomo dalla apparenza assolutamente normale. Sessanta Kg per 1 70 circa, emana da un tale perimetro corporeo una puzza davvero stupefacente. Micidiale, supera di gran lunga un senegalese dopo una giornata di lavoro. Supera qualsiasi cosa in realtà: non è odore di sudore, è odore di panni e pelle non lavata.
Da anni.
Due o tre di questo tipo distruggerebbero Bassora molto più in fretta di quanto non abbia fatto sinora Bush.


Sylvester Stallone: Ė un tipo che gira sull’1, probabilmente abita nella zona di San Michele.
Ė un bel ragazzo, ma completamente fuori di testa. L’altro giorno era vestito con una maglietta blu della nazionale, degli short bianchi e quegli orribili sabot che vanno molto ora di moda tra le donne, e che lui aveva mimetici. Mimetici? Ė’ incredibile come al ridicolo si aggiunga sempre qualche livello in più. Tipo: cosa c’è di più ridicolo di una Smart? Una Smart parcheggiata perpendicolare al marciapiede!
Insomma, Sylvester ha in genere una fascia bianca in testa e gli occhiali da sole a specchio e a goccia. Tipo così.
Conta tutto quello che vede: «uno, due, tre, quattro macchine!»; «cinque, sette, nove minuti a mezzogiorno!». L’altro giorno si è alzato e ha distribuito alcune sue foto nell’autobus.



Azzimo: Azzimo vive in Corso Vittorio. Lo vedo da anni. Ė un uomo sulla sessantina tutto tirato a lucido. Deve essere poverissimo: veste con improponibili accostamenti di abiti evidentemente avuti in dono: cravatta verde e giacca rossa, pantaloni a zampa anni ’60, scarpe in tela marrone e così via. Con le donne è di una galanteria datata. Ė di una tenerezza disarmante.
Ha sempre lo sguardo perso nel vuoto, sognante. Non l’ho mai incontrato fuori dall’autobus.




Il cantante: Ė molto noto in città. Alto, robusto e con baffi, porta spesso un panciotto. Bazzica la zona di Via Sonnino ma la voce la si sente per isolati interi. Completamente fuori, comincia a cantare all’improvviso, a voce altissima, vecchie canzoni d’amore degli anni sessanta. Innalza il tono della voce a suo piacimento, probabilmente in certe strofe che fanno contatto con chissà quale ricordo, quale neurone ancora sopravvissuto. L’altro giorno, mimetizzato in un capannello di persone che aspettavano alla fermata, ha cominciato a squarciagola a cantare il pezzo di Bruno Martino (…e la chiamano estate, questa estate senza te… stupendo). Una signora è letteralmente saltata sulle gambe dalla paura.
Sovente si leva una scarpa e fa finta di parlare al telefono (con la scarpa). 
Ė meraviglioso, uno dei pazzi più spettacolari che abbia mai visto, dopo questo, si intende:








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