Contatore

martedì 30 novembre 1999

PICCOLO PANEGIRICO INTORNO ALLA MORTE













La morte è una cosuccia che mi sta molto simpatica, e a cuore. A dirla tutta, ma è un discorso lungo e dal vago sapore d’Otranto, penso che non si dovrebbe nascere.
Del resto è d’accordo con me lo stesso Enea che, nella sua famosa catabasi, vedendo le anime chiede al padre rincontrato negli inferi:
O pater, anne aliquas ad caelum hinc ire putandum est sublimis animas iterumque ad tarda reverti corpora? quae lucis miseris tam dira cupido?
Già, quale insana voglia, ora che la morte li ha finalmente resi leggeri, farebbe desiderare loro di tornare in vita?
Foriera di qualche svantaggio, la morte presenta numerosi pregi, su cui poco ci si sofferma: ne parla un po’ l’Eco nazionale in uno dei suoi ultimi libri.
Ho sempre trovato ridicolo, ai funerali, chi piange un defunto.
Voglio dire, piange per sé stesso, non per quello che se ne è andato: tutto questo teatro, questa messa in scena grottesca, mi fa sorridere. Recentemente è morto un mio caro zio, se ne è andato d’un botto, quasi ottantenne. Spettacolare bevitore, quando ero al liceo e mi incontrava per strada con una ragazza mi fermava e ci trascinava al bar: «Questo» diceva con tipico gesto della mano in avanti «è un gran puttaniere!». Inutile dire che potevo dire addio alla fanciulla.
Al funerale son stato sul punto di avvicinarmi da mia zia e dirle: «Perché strepiti tanto… Quanto pensi che ci metterai a raggiungerlo? E allora, va là, dai!». Mi son trattenuto, non essendo mia zia avvezza a letture epicuree.
La sofferenza mi fa paura, ne ho vista e ne vedo tanta (sofferenza di quella vera dico, di quella che fa male), ma questo è tutto una altro paio di maniche. L’altro giorno dal mio medico di base una ottuagenaria pretendeva di passarmi davanti perché «stanotte ho avuto un gran dolore al petto, guardi ho quasi temuto di morire! Sia gentile!». Non lo so, di grazia: quando avrebbe intenzione di pensare a morire signora? Dopo i 120?
E la mia, di morte? Ci penso ogni tanto, assecondato da certa filosofia.
Spero che mi lasci cinque minuti di coscienza, e di terrore naturalmente. So già che penserò, allegramente, alle cose che non ho fatto, ai giorni sprecati, ai libri che non ho letto, agli artisti che non ho conosciuto, alle donne – migliaia – che ho incrociato per strada e, desiderandole, non ho mai avuto.
Ma me la voglio godere, la morte, gustarmela tutta fino in fondo: desiderare, proprio in quei minuti, una corsa al Poetto, un seno di donna, un boccale di birra, una nuotata d’infanzia a Santa Maria Navarrese.
Non vorrei crepare senza assaporarne, finalmente, in pieno tutto il suo gusto.


 







Tre minuti e 18 della vostra vita spesi bene.



PS
Siccome so essere il Q.I di parte dei miei lettori non eccezionale, sottolineo che trattasi di parere personale. Mi si risparmino commenti con racconti strazianti di perdita di propri cari.

Nessun commento:

Posta un commento