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martedì 30 novembre 1999

QUELLA VOLTA CHE CON MASSIMINO...

Tempo fa me ne stavo a casa tutto tranquillo a fischiettare Cielito lindo quando mi chiama Massimino e perentorio mi dice: «Preparati, usciamo! Devo vedermi con S, le ho detto di portare una amica».
«E vabbè».
Ora, sapendo che S, tanto per cambiare, gli sbavava dietro, ho fatto i miei calcoli: da quando, se si esce in quattro e due stanno già inciuciando, anche l’altro maschietto non porta a casa la sua preda? Se uno non è totalmente deficiente, almeno. Ecco, grazie a Dio non lo sono.
Si va a mangiare una pizza sul litorale, si chiacchiera amabilmente, si beve una buona quantità di birra. Massimino, i cui muscoli esorbitavano dai vestiti e che non ha bisogno della parola per sedurre, sfodera la solita quantità di idiozie che mi lascia esterrefatto, ma nonostante questo, al segnale più o meno convenzionale di «Lo sapete che lui suona la chitarra?» si va tutti a casa.
Si ride e si scherza, si beve il mio immancabile mirto, neanche il tempo di distrarmi che lui è già in veranda con la sua amica, a fumare e a parlottare di misteri. Era d’estate, e io ho una splendida veranda vista mare, e mi dispiace per gli altri. Era anche l’occasione che faceva l’uomo ladro, e senza tergiversare troppo mi avvicino all’amica.
«Tu non fumi?», mi chiede, «No» mentisco, e rotto ad ogni dissolutezza le dico «Sai, detesto i vizi».
Quando il parlottio fuori si è fatto del tutto silenzio, visto che non avevo ancora deciso che dire, stufo di me stesso direttamente mi avvicino per baciarla. Mi va bene.
Poi, mentre armeggio per estrarre un capezzolo e finalmente stringerlo tra le mie labbra «No!», mi dice, «C’è la mia amica!».
«Eh?» faccio io amareggiato mentre vedo il capezzolo tornare sotto il reggiseno con la faccia del bambino che non trova più la nutella al suo posto.
«S. tu non la conosci… non mi va di fare queste cose… lei non le fa, mi rompe sempre con questi discorsi, dice che la prima sera non si fa mai nulla, mi dà fastidio che mi veda!».
“See” penso io “Aspetta un po’ come te la concia quello. Spero solo non schizzi il mio Ficus Benjamin, che ci tengo tanto”, ma invece mi contengo e serafico le rispondo: «E vabbè, saranno pur affari tuoi no? Andiamo dentro e chiudiamo la porta di mezzo».
«Ma no, è peggio… ci conosciamo da piccole, dai… non mi va… lei non fa queste cose… magari uno di questi giorni usciamo da soli».
Com’è come non è, dato che il mio uccello puntava ormai pericolosamente verso il mento, dopo grande sfoggio delle artes dictandi, una buona dose di insistenza e qualche soffio nell’orecchio, la prendo per mano e la porto in camera da letto.
Dalla veranda, silenzio totale.
Appropriatomi dei capezzoli che giustamente mi aspettavano, tasta di qua, strizza di là, diamo il via ai giochi d’alcova quando mi accorgo di aver lasciato i preservativi nell’altra stanza.
«Ma vaff...» dico, ridicolamente nudo in piedi in erezione e con le mani ai fianchi. «E ora?».
«Dai» ricomincia a starnazzare «Usciamo domani». “See” penso seccato “Glielo dici tu al mio cazzo per cortesia??”. «Aspetta» le dico invece calmissimo, con simulazione modello Udeur, «vado un attimo a prenderli».
«Ma sei matto? Ma sei matto?? Non vorrai uscire così? La mia amica! La mia amica!»
«Ehhh cheppalle! Tiè» le dico dopo essermi infilato i boxer con mezzo uccello che rimaneva fuori, «Contenta così?».
Apro la porta di mezzo, sbircio in veranda e vedo “l’amica” in ginocchio davanti a Massimino in posizione ducesca, mentre gli cuciva un bottone (con la lingua). Sottolineo: non era seduta, non aveva piegato le gambe. Era in ginocchio.
Prendo i preservativi, torno in stanza e le dico:
«Scusa ma… da quanto la conosci la tua amica?»

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