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venerdì 27 luglio 2012

TFA



Che non sta per Tirocini Formativi Attivi, come vorrebbe il Ministero, ma per Tirocini Formativi Anali, come nella realtà l’affare si è rivelato. I suddetti, come molti sapranno, sono l’avanguardia della nuova formazione degli insegnanti, sono l’apice della creazione governativa, il culmine della inventiva ministeriale (firmati Gelmini, si intende) e servono ad abilitare i laureati alla improba impresa della professione dell’insegnante. Perché la laurea non basta più – non scordiamo che 40 anni fa bastava solamente essere iscritti all’università per iniziare ad insegnare – oggi occorre l’abilitazione, e una abilitazione assai costosa.
Sostituendo la vecchia scuola ad hoc ormai chiusa da 4 o 5 anni (la Ssis) essi condensano i precedenti due anni in uno e nel contempo raddoppiano le tasse.
Il costo per poter sostenere il concorso (il solo concorso) è di 120 E per classe di insegnamento (chi ne fa 2, paga 240 e via salendo), coloro che superano l’esame e hanno la possibilità di fare il tirocinio, lo pagheranno 2500 E, per, nella pratica, lavorare gratis (o meglio, pagando) accanto ad un insegnante per un anno e dare qualche esame di pedagogia. L’abilitazione naturalmente non darà l’immissione in ruolo, ma permetterà di accedere ad altre successive (interminabili) fasi concorsuali.
Chi ha tentato concorsi nei comuni o in generale nella P.A. sa che la tassa in genere è sui 10 E, ed è già una truffa, a mio parere, ma ci può stare causa tagli agli enti locali e folle sterminate di partecipanti (vedi comune di Uras: un posto per impiegato di concetto – diplomato – circa 400 concorrenti).
Il sottoscritto veterano blogger ma soprattutto veterano dei concorsi ha partecipato recentemente, in una affollata (e, grazie e Dio, piena di figa) Cittadella Universitaria in località Monserrato, ad una di queste selezioni. Obiettivo: fare giuste almeno 42 domande su 60.
Le domande, come è noto, erano inutilmente impossibili.
Ora, sui TFA la letteratura è lunga e altro non aggiungo, cerco perciò di semplificare il mi pensiero: il mondo del precariato scolastico è un girone dantesco, e, da sempre, è una polveriera sociale.
I laureati chiedono di accedere, i precari chiedono di lavorare, gli insegnanti chiedono di essere pagati umanamente.
Il ministero per tapparci la bocca dice: “Volete il concorso? Eccolo! E poi non dite che non vi pensiamo!”. Essendo impossibile far entrare altre persone nelle scuole che già traboccano di precari o di degenti di lungo corso (alcuni insegnano per 20 anni senza mai entrare in ruolo) rendono il concorso quasi insuperabile. Sicché, facendo leva sulla classe più miserabile e morta di fame del paese, ossia gli insegnanti, reali, precari o aspiranti che siano ma sempre paganti, rimpinguano le casse degli atenei, notoriamente al collasso economico.
Poi, chi s’è visto s’è visto.

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